Venere e Adone, Michele Desubleo (Maubeuge, 1602 – Parma, 1676) - Antiquares
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Venere e Adone, Michele Desubleo (Maubeuge, 1602 – Parma, 1676)

Descrizione

Dipinto ad olio su tela, cm 74 x cm 126.
Venere e Adone.
Michele Desubleo (e bottega?)

Lo splendido dipinto qui pubblicato può essere ricondotto alla mano di Michele Desubleo, pittore italianizzato, di origine fiamminga.
Nato a Maubeuge nel 1602, probabilmente iniziò il suo percorso formativo presso la bottega di Abraham Jannsens, in patria.
Si trasferì a Roma intorno agli anni venti.
Qualche anno più tardi entrò a far parte della famosa bottega di Guido Reni, ai cui stilemi aderì in maniera decisa.
Coetaneo di artisti del livello di Cantarini e Boulanger, alla morte del maestro (1642), divenne uno dei pittori più illustri e ricercati di Bologna, come tramandato dal Malvasia.
Fu attivo poi anche nel Veneto ed a Parma, dove è documentato a partire dal 1665 e dove morì nel 1676.
Si dedicò a tele per collezionisti privati, specie dai soggetti profani, in cui raggiunse il più alto grado di qualità, ponendosi come massimo esponente di quel classicismo colto ed elegantissimo sviluppatosi nel Seicento.

La nostra tela rappresenta uno degli esempi più noti ed illustri di questo filone di opere, che potremmo definire da alcova.
Adone, figlio di un incesto tra Cinira e sua figlia Mirra, divenne presto un giovane bellissimo, e poi un uomo sempre più bello, tanto che incontrò i favori di Venere, come narra Ovidio (Metamorfosi, X, 524-559).
La Dea, ferita accidentalmente da Amore, si innamorò perdutamente di quel giovane, dal quale diventò presto inseparabile.
Desubleo raffigura proprio il momento in cui questi giovani amanti divengono così intimi ed uniti, sotto la grande tenda del baldacchino.
Il corpo di Venere è raffigurato seminudo, una scultura che pare di marmo, contrapposta al vestito di Adone, illuminato da colpi di luce e decorato quasi all’eccesso.
L’uomo, con il braccio sinistro, porge il guinzaglio del canead Amore, complice involontario della vicenda amorosa.

Del dipinto esiste una versione nota, di diversa dimensione (126 cm x158 cm), conservata a Londra, Apsley House, Wellington Museum.
La tela è stata in passato attribuita a Cignani e poi a Domenichino, restituita a Desubleo dalla Peruzzi.
Secondo il Prof. Cottino il dipinto di Londra sarebbe databile al primo periodo Veneziano, per affinità stilistiche con altre opere certe.

Prudenzialmente, pur con qualità che sembra identica, preferiamo considerare il nostro dipinto di Michele Desubleo e della sua stretta bottega, anche se è documentato ampiamente come il pittore ripetesse di continuo le opere più riuscite e quindi richieste dalla committenza, con versioni di diverse misure, ma di simile qualità pittorica.

Si veda a tal proposito “Michele Desubleo”, Alberto Cottino, Edizioni del Soncino, pagina 107, scheda 30.

 

Per ulteriori informazioni siete pregati di contattarci.